martedì 29 novembre 2016

Biblioteche da "rottamare"

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FRANCESCHINI: (...) INVESTIMENTI MIBACT PER 35 MILIONI 
Serviranno a riorganizzare e valorizzare biblioteche nazionali di Roma e Firenze








Luigi Balsamo, 1979

Ritornò - fu l‘ultima volta - in Italia nel 1869 … La Commissione d‘inchiesta venne varata … e tra i suoi membri figurò anche il sen. Antonio Panizzi, il quale nel frattempo era già ritornato a Londra … In seguito, al preciso quesito posto dal ministro circa l‘opportunità di optare per la costituzione di una sola grande Biblioteca Nazionale, sull'esempio di ogni grande nazione, oppure di "fare eccezione a questa regola generale", la Commissione (metà dei membri erano bibliotecari e un archivista) appellandosi al “genio dei popoli” concluse che l‘Italia dovesse fare eccezione. Così gli italiani rifiutarono l'esperienza europea e con essa la lezione del Panizzi

Giorgio Pasquali, 1929

Troppe biblioteche dello stesso genere nella stessa città portano una doppia serie di inconvenienti: economici e di comodità di lavoro…
Biblioteche troppo piccole sono di altrettanto scarso rendimento quanto aziende troppo piccole, e per la medesima ragione: la relazione tra spese fisse e spese mobili diviene anormale, sfavorevole; una biblioteca, per quanto piccola, ha sempre bisogno di un direttore, per lo più di un altro impiegato scientifico, sempre di distributori e di portalibri, sempre di un custode che stia alla porta, di gente che faccia la pulizia. Tutti o quasi questi impiegati potrebbero essere risparmiati, se la biblioteca piccola si fondesse con una grande, o, in certi casi, fosse annessa ad una grande quale sezione speciale. Risparmiare personale è tanto più necessario ora che i direttori delle grandi biblioteche si dolgono di dovere per scarsezza di personale sospendere anche lavori urgenti, anzi necessari, … mentre in biblioteche composte quasi unicamente di manoscritti il personale è sufficiente o quasi, scarseggia solo il pubblico … 
La maggior parte delle biblioteche pubbliche sono aperte dalle nove alle quattro, cioè nelle ore nelle quali proprio quelle classi sociali che per la loro professione hanno più bisogno della biblioteca, studenti, maestri di scuole medie, professori, hanno di solito lezione. E quelle medesime sono anche le ore d'ufficio per professionisti, avvocati o medici, che cercano a spizzico di soddisfare impulsi e curiosità scientifiche… In altre parole con l'orario presente le biblioteche servono solo a chi non se ne serve …
Poi coesistenza di biblioteche diverse nella stessa città importa necessariamente acquisto di doppioni … certi doppioni rimarranno sempre, finché le condizioni presenti durano, inevitabili. Una biblioteca di manoscritti ha bisogno di possedere essa certi testi, certe raccolte di documenti, certi manuali paleografici e diplomatici che non possono d‘altro canto mancare in qualsiasi biblioteca grande.
           Postilla   -   Nei 22 anni che sono trascorsi dalla pubblicazione di questo articolo la situazione delle biblioteche è piuttosto peggiorata... una biblioteca minima, contro il parere della direttrice di una molto maggiore, è stata ricostituita indipendente, benché sia pochissimo frequentata, e per quanto la maggiore, amministrandola, potesse soddisfare esaurientemente e con pochissimi mezzi i bisogni dei due o tre lettori giornalieri; ma così una bibliotecaria e qualche impiegato hanno trovato un posto più indipendente e meno laborioso, questo in un momento nel quale le biblioteche maggiori (tranne le romane) scarseggiano di personale

Luigi De Gregori, 1925 - 1957

Sappiamo che né la Francia, né l'Inghilterra, né la Prussia, né la Baviera, né tanti altri paesi di vecchia nazionalità … si trovarono mai di fronte al problema che a noi si parò dinnanzi inaspettato all'indomani della nostra raggiunta unità. Ma noi troppo semplicemente credemmo di risolverlo chiamando nazionali cinque biblioteche d‘Italia (Firenze, Roma, Milano, Napoli, Palermo) e centrali le due prime, senza che nessuna avesse e potesse avere titoli di nazionalità maggiori delle altre, e dando assurdamente due centri alla Nazione che era diventata una. … Per le biblioteche il non fare significa disfare ... Mi permetta di rispondere subito qual è il mio parere sulla sistemazione di una grande Biblioteca centrale in Roma. … Con la Vittorio Emanuele e con la Casanatense si riunirebbero qui le Biblioteche minori della città. E come i numerosissimi "fondi" che i secoli hanno accumulati nella Vaticana (si pensi, per esempio, ai più recenti: al Barberiniano e al Chigiano, che costituivano intere biblioteche autonome) si adoperano ora in un unico edificio, dimenticando le architetture barocche e gli scaffali dorati in cui si erano formati quei "fondi", così in questa immensa isola dei libri dovrebbero riunirsi, con poche eccezioni, tutto il patrimonio librario disperso per Roma in biblioteche più o meno inadoperabili e malsicure

Franco Balboni, 1975

Chi volesse descrivere la situazione delle biblioteche in Italia, avrebbe certamente qualche difficoltà: non sarebbe, infatti, molto semplice riuscire a spiegare, poniamo, ad un inglese che, ad esempio, da noi le biblioteche “nazionali” sono otto, di cui due “centrali” … In realtà, le ragioni, i motivi storici e strutturali che hanno determinato la situazione presente, decisamente arretrata, dell‘organizzazione bibliotecaria del nostro Paese, rivelano anch'essi i tratti tipici della nostra storia unitaria …
La constatazione di uno stato così grave di inefficienza e di disordine non deve indurci al pessimismo, ma piuttosto si deve impedire che provvedimenti improvvisati o demagogici aggravino ancor di più la situazione. Negli ultimi anni si sono avute delle realizzazioni importanti (la "Bibliografia nazionale italiana" … la partecipazione a programmi internazionali di automazione dei processi di diffusione dell‘informazione bibliografica), ma bisogna anche dire con chiarezza che queste imprese, che richiedono un notevole impegno organizzativo e tecnico, rischiano di naufragare (o di progredire troppo lentamente, perdendo gran parte della loro utilità e finendo con l'alterare un rapporto accettabile tra costi e servizio reso alla collettività) se non si procede ad una radicale e coraggiosa riforma del sistema bibliotecario

Angela Vinay, 1978

Se vogliamo trarre una conclusione da questa rapida analisi, essa può riassumersi in questi termini: non si può parlare tanto di povertà di mezzi e di scarsità di stanziamenti quanto di dispersione e sottoutilizzazione delle risorse esistenti. In queste condizioni qualsiasi investimento rischia di divenire causa di ulteriori scompensi 

La sfida culturale dei beni culturali ... Abbattere la fortezza : dalla biblioteca "di conservazione" alla biblioteca di fruizione   (2015)

Non appena si riconosca che anche i libri "vecchi" e "antichi" sono beni culturali, occorre progettare e attuare le attività di "conservazione", "promozione", "valorizzazione" e "fruizione". Le biblioteche, quindi, non andrebbero più valutate solo per l'importanza delle raccolte, che immeritatamente si trovano a custodire in magazzini inaccessibili, ma per il numero di posti di lettura e i servizi accessori che possono offrire ai lettori delle opere possedute. Le biblioteche dette "di conservazione" come le conosciamo oggi non esisterebbero più: sono cristallizzazioni di strutture inadeguate ai nuovi compiti (troppo piccole, troppo numerose, troppo costose per i contribuenti). A cominciare dall'anomalia tutta italiana della duplicazione della Nazionale, con due dirigenti, due Consigli di Amministrazione, due Collegi dei revisori dei conti, due Consigli scientifici, ecc. Ma i bibliotecari difendono strenuamente queste biblioteche, forse perché così una bibliotecaria e qualche impiegato hanno trovato un posto più indipendente e meno laborioso (Pasquali. 1929). Quelle biblioteche, con l’ideologia che le sorregge, sono potute arrivare immutate fino a noi solo per un processo di estromissione programmata del lettore, grazie a regolamenti arbitrari e vessatori. E oggi si punta a perpetuarle spostando risorse da una conservazione al servizio della fruizione alla produzione di copie digitali








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domenica 28 agosto 2016

LA BIBLIOTECA e la sua negazione

Ultima integrazione 12/9/16 


The reader may go from book to book, like a butterfly, and extract a phrase before dipping into another and another volume. “One book calls to another unexpectedly,” Manguel writes, “creating alliances across different cultures and centuries" 
(Alberto Manguel,




BIBLIOTECA. Sost. femm. Luogo dove sono raccolti ordinatamente libri e manoscritti , e Gli stessi libri o manoscritti raccolti insieme , a fine di studio , e per lo più ad uso del pubblico. Dal gr. [...]. 




LEGGERE nella BIBLIOTECA delle OBLATE :
OSSERVAZIONI e RICHIESTA di CHIARIMENTI

Buongiorno.

Vorrei portare a conoscenza della Direzione Cultura del Comune di Firenze la mia esperienza e le mie perplessità nell'utilizzo dei servizi della nuova Biblioteca delle Oblate.

Premetto che, come la maggioranza dei cittadini, non ho molto tempo libero. Per questo ho molto apprezzato il grande impegno di risorse e personale con cui il Comune ha reso possibile aprire alla città l'intero edificio che ospita la Biblioteca Centrale di Firenze. Ancor più perché ricordo che prima del 2007 gli spazi accessibili di quel palazzo erano pochi, limitati al piano terra dove vi era la Biblioteca di S. Egidio, aperta non oltre le ore 19 circa. Oggi invece la biblioteca si estende sui tre piani del bel ex-convento trecentesco delle Oblate e resta aperta dalle 9 alle 24.
Ormai quando sono in centro passo comunque dalle Oblate, anche solo per godere dell'atmosfera del cortile interno e della vista del “cupolone” dalla terrazza del secondo piano. Da lassù spesso ridiscendo con calma, soffermandomi nei diversi ambienti della biblioteca, fino all'emeroteca al piano terra, dove si possono sfogliare i giornali.
Ma proprio le enormi possibilità e potenzialità che ha oggi la nuova, grande e bella biblioteca rendono poco giustificabili alcuni aspetti negativi, che proverò a mettere in evidenza.


Secondo piano. Il secondo piano offre una luminosa sala con tavoli, sedie e moquette (ereditata dalla ludoteca che inizialmente era il questa sala), dove si concentrano prevalentemente gli studenti per ritrovarsi e approfittare delle comodità per leggere i propri libri o appunti per gli esami. In questa sala studio è presente anche del personale, forse per sorvegliare i libri a scaffale aperto, che qui però sono pochi. Si può leggere (o conversare) anche all'aperto - temperatura permettendo - sui tre lati della terrazza tra la sala e il bar, grazie a piccoli tavolini sparsi qua e là.

Al secondo piano non è difficile incontrare due tipi di problemi.
1. Non sempre si trova un posto libero in sala studio: i posti di lettura sono insufficienti per la quantità di persone che la struttura attrae (nonostante in anni recenti l'Università abbia ampliato i propri spazi).
2. La terrazza (forse anche come conseguenza del primo problema) può lasciare sconcertati per la facilità con cui può trasformarsi in un ambiente caotico, fino ad assumere l'aspetto di un “bivacco” con persone sedute a terra e appoggiate ai muri (soprattutto quanto il clima è mite).
Mi è anche capitato di imbattermi in persone con cani (presenze che sollevano dubbi sulle condizioni igieniche) i quali quando si avvicinano tra loro abbaiano: rumori sicuramente sentiti anche in sala di studio. E in questi casi limite non ho visto intervenire nessuno della biblioteca.


Primo piano. Al primo piano vi sono la maggior parte dei servizi. In tre ampie sale si possono trovare i libri contemporanei a scaffale aperto, insieme a cd e dvd e il personale per le relative informazioni e il prestito, nonché i computer per navigare su internet.
Paradossalmente però per la lettura, nelle tre sale comunicanti ci sono in tutto solo un paio di tavoli da sei posti e qualche tavolino di quelli che può ospitare solo una persona. Si ha quindi l'impressione di essere invitati non tanto a fermarsi a sfogliare e leggere quei libri, ma a sceglierne qualcuno dallo scaffale per prenderlo in prestito e leggerselo a casa propria.
Di fatto il primo piano funziona prevalentemente come un internet point e come un grande ufficio per il prestito di libri, film e musica, aperto e presieduto dal personale fino a mezzanotte (il lunedì aperto solo nel pomeriggio).
Vi sono poi dei divani e delle poltrone dove (anche perché da sempre, giustamente, per non disturbare chi legge in nessuna biblioteca si può chiacchierare) di fatto si riproduce in peggio l'effetto “bivacco” del secondo piano: sono utilizzati da persone che dormono in biblioteca. In più di un'occasione e non di rado mi sono addirittura imbattuto in delle zone della sala pesantemente maleodoranti (le prime volte, non rendendomi conto da dove provenisse quel quasi insopportabile cattivo odore, chiedevo al personale perché non si riparasse urgentemente il gabinetto!). Anche in questi casi non ho visto intervenire nessuno della biblioteca.

Nelle sale al primo piano, quindi, pur essendoci molti libri della biblioteca ci sono pochissimi tavoli e qui è ancora più improbabile che al secondo piano trovare libero un posto per leggere.
Ma è anche difficile trovare libera una postazione internet. Questo anche se ci si ferma ad aspettare e nonostante ogni utente, inserendo il proprio numero di tessera, non possa restare collegato più di un'ora al giorno. Più di una volta mi è capitato che il mio tempo finisse (il pc si disconnette automaticamente e senza preavviso) ma alcune persone arrivate prima di me continuassero a utilizzare facebook o a navigare: viene il dubbio che quella procedura informatica possa essere facilmente aggirata in qualche modo. Sarei grato a questa Direzione se potesse verificare ed eventualmente intervenire in modo opportuno. Infine, non tutti i pc sono collegati alla stampante.


Piano Terra. Il piano terra, dopo il recente ampliamento del 2013, ha una logistica che appare irrazionale. Per entrare in biblioteca si è obbligati a entrare dal giardino laterale e passare davanti alla nuovissima e bella ludoteca per poi attraversare la stanza di passaggio dove all'occorrenza due o tre dipendenti realizzano “l'accoglienza”. Il nuovissimo ingresso di fatto ha artificiosamente allungato il percorso del visitatore (soprattutto di quello non occasionale, che non ha più bisogno della “accoglienza”) e rende scomodo arrivare al cortile centrale, da dove si possono raggiungere gli ambienti della biblioteca. Non a caso molti preferiscono passare sotto il nastro della più centrale “uscita” di sicurezza di via dell'Oriolo (ossia l'entrata delle nuove Oblate fino al 2013), da dove con pochi passi si è nel cortile interno. Altri si affacciano alla vetrata dell'uscita di sicurezza sul lato opposto del palazzo (in via S. Egidio) e probabilmente si chiedono come mai non sia più possibile entrare anche da quella porta, che è adiacente alla Biblioteca del Risorgimento e più vicina sia alla fermata dell'autobus che a un parcheggio motorini più ampio di quello in via dell'Oriolo.

Una volta familiarizzato con i vari percorsi e ambienti si realizza che, tra l'altro, al piano terra vi sono due grandi sale. Queste però restano la maggior parte del tempo chiuse e inutilizzate (in attesa della presentazione di un libro o di altre attività accessorie e occasionali). Si tratta delle cosiddette “sale conferenze”. In realtà solo quella aperta dopo l'ampliamento del 2013 (accanto alla stanza per l'accoglienza) è una vera e propria sala conferenze. L'altra (a cui si accede dal cortile centrale) è la ex-“sala lettura” della vecchia Biblioteca di S. Egidio (che frequentavo da studente), dove all'occorrenza venivano tolti i tavoli per mezza giornata per ospitare gli eventi accessori, con gli ospiti sul piedistallo in legno in fondo alla sala. Entrambe le sale conferenze hanno l'impianto audio. Quella più recente ha anche un impianto video. Entrambe sono piene di sedie, circa 140 in ciascuna. L'ex-sala lettura poi ha ancora le pareti tipiche di una biblioteca vera e propria: con armadi in legno che lasciano vedere i “vecchi” libri chiusi a chiave. Ha ancora il piedistallo in legno per gli ospiti occasionali, ma i tavoli per la lettura sono inspiegabilmente spariti.

In pratica oggi la grande Biblioteca delle Oblate di tre piani ha lo stesso numero di posti di lettura (per i libri propri) della piccola Biblioteca di S. Egidio: si è creata una nuova sala lettura al secondo piano ma allo stesso tempo nella sala lettura storica non si può più leggere.


Piano Terra - Sala consultazione o “sala Balducci”. Questa è la zona dove proprio non sono arrivati i benefici degli ingenti lavori (quelli inaugurati nel 2007 e nel 2013) per la “modernizzazione” della Biblioteca Comunale Centrale di Firenze [e mi pare indicativo che in rete non si trovino immagini della sala consultazione]. Come tanti anni fa, è solo in “sala consultazione” che è possibile scoprire e leggere le raccolte storiche, significativo punto di riferimento per lo studio della realtà civica di Firenze tra '700 e '900 (cito dall'art. 2 dell'ultimo regolamento della biblioteca, del 2001). Inoltre, ciò si realizza solo per quei pochi cittadini che riescono a liberare la mattina dagli impegni di lavoro o che comunque hanno molto, molto tempo libero per adattarsi agli orari del servizio.

La sala Balducci (tra la ex-sala lettura e il magazzino librario) è sostanzialmente rimasta com'era. Una “triste” saletta con meno di 40 posti di lettura, non raggiunta dal segnale wifi della biblioteca.
Già per entrare, si rischia di imbattersi in un disservizio a cui andrebbe trovato rimedio con una soluzione più ragionevole. Giustamente si devono lasciare le proprie borse all'esterno della sala. Ma gli armadietti richiedono l'inserimento di un euro nello sportello (immagino come cauzione per la chiave) e se l'utente non ha monete il personale non ha modo di aiutarlo: si è invitati a salire al secondo piano per cambiare i soldi al bar interno!
In sala, poi, quando qualcuno ha bisogno del lettore dei microfilm viene spenta la luce sopra l'intera fila di tavoli sulla sinistra [guardando dall'ingresso], perché quell'apparecchio è in una posizione che subisce il riflesso della luce. Ancora, qui i computer disponibili sono meno di una manciata, privi della possibilità di navigare su internet: collegati solo al catalogo elettronico. Se si ha necessità di internet bisogna salire al secondo piano, sempre che si trovi un computer libero e non sia esaurita l'ora giornaliera associata alla propria tessera (ora che la procedura concede all'utente dal primo secondo in cui si collega e senza sospensioni, non tenendo conto del tempo effettivo: se alle nove si naviga per soli 10 minuti, dalle dieci fino a mezzanotte non si potranno più sfruttare i 50 minuti residui!).
Ma l'aspetto più disfunzionale sono gli orari. Se chi vuole utilizzare la Biblioteca delle Oblate per leggere il libro che si porta da casa, oppure per un caffè, per dormire o per passeggiare (magari con i cani) la trova aperta dalle 9 alle 24, coloro che desiderano conoscerne il “patrimonio librario” che custodisce devono invece riuscire a liberarsi dai propri impegni dalle 9 alle 14 (e fino alle 17 solo in un paio di giorni della settimana, mentre il lunedì la sala è chiusa).
Di fatto l'orario settimanale attuale è lo stesso e peggio distribuito (meno possibilità sul pomeriggio) di quello che questa biblioteca offriva al momento della sua fondazione, un secolo fa. Sul primo regolamento, del 1913, si può leggere che la biblioteca restava aperta per sei ore, cioè dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 17.
L'organizzazione della biblioteca appare ancora più irrazionale se si pensa che la sala Balducci (e l'attigua ex-sala lettura, nel caso ci sia una presentazione di libri) restano comunque aperte, con la presenza di personale, fino alle 19. Solo che allo scoccare delle 14 la sala “consultazione” si trasforma improvvisamente (direi, come la carrozza di Cenerentola) in sala “studio”:
ossia i libri della biblioteca devono essere riconsegnati, vengono rinchiusi nel magazzino e la sala si può utilizzare solo per leggere i libri portati da casa (il cosiddetto servizio per la “pubblica lettura”, che non dovrebbe esaurire le funzioni di una biblioteca pubblica o essere il servizio prevalente e che sarebbe meglio definire “lettura privata in luogo pubblico”).

Mi chiedo a questo punto se questa Direzione Cultura sia d'accordo con il Legislatore italiano nel definire cosa sia una biblioteca e su quali siano gli obiettivi principali che debba perseguire chi la amministra:

Articolo 101 Istituti e luoghi della cultura. Si intende per “biblioteca”, una struttura permanente che raccoglie, cataloga e conserva un insieme organizzato di libri, materiali e informazioni, comunque editi o pubblicati su qualunque supporto, e ne assicura la consultazione al fine di promuovere la lettura e lo studio.
Articolo 102 Fruizione degli istituti e dei luoghi della cultura di appartenenza pubblica. Lo Stato, le regioni, gli altri enti pubblici territoriali ed ogni altro ente ed istituto pubblico, assicurano la fruizione dei beni presenti negli istituti e nei luoghi indicati all’articolo 101 (Codice dei Beni Culturali. 2004).

Sono cosciente, per quello che ho potuto leggere in altre biblioteche, che i bibliotecari più “aggiornati” e “alla moda” aggiungono (direi arbitrariamente) a questa definizione di biblioteca (ritenuta ormai obsoleta) tutta una serie di servizi diversi da quelli per la lettura delle raccolte che custodiscono. Ma anche chi dovesse sposare questo discutibile approccio non dovrebbe farsi prendere la mano fino a confondere i servizi principali ed essenziali (quelli per la lettura, in particolare delle raccolte appositamente conservate) con quelli accessori ed eventuali.

Nel caso specifico della Biblioteca delle Oblate un sintomo di questa tendenza verso l'eterogenesi dei fini delle biblioteche è proprio quello accennato all'inizio della malintesa accoglienza dei cosiddetti “barboni”, lasciati a dormire (o abbandonati) sui divani. Come accennavo, ho chiesto spiegazioni al personale al pubblico e a quello degli uffici interni, sul perché non si intervenisse, o non si chiedesse il supporto di altri uffici e competenze del Comune e non solo (assistenti sociali, la Caritas, ecc.). Mi è stato semplicemente risposto che chiunque ha i miei stessi diritti di usare la biblioteca: forse un velato invito ad allungarmi sul divanetto per farmi un pisolino?
Sul momento sono rimasto sorpreso ma, ripensandoci, credo di essermi imbattuto in una bibliotecaria ben preparata e aggiornata sulle ultime “mode” della sua disciplina. Mi ha infatti ricordato un libro di biblioteconomia dove candidamente si teorizza:

L’obiezione di molti colleghi è: «Che ne sarà della specificità della biblioteca? Noi non siamo un consultorio, né un ufficio postale, né una sala giochi, né un rifugio per i senza tetto». Hanno ragione, ma la realtà è che dovremo diventare anche tutto questo (Antonella Agnoli. Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà. Roma-Bari, Laterza, 2010, p. XIV).

Chiedo a questa Direzione se sottoscriva o meno un tale approccio o se ritenga di dover intervenire in modo opportuno.
Personalmente credo invece che si tratti di una “lettura” miope sia delle esperienze di altri paesi sia del concetto tutto italiano di “Biblioteca Pubblica”, la quale non può essere assimilata a un “centro sociale autogestito”. Intendo dire che in questo contesto specifico ogni cittadino ha sicuramente pari diritti degli altri ma in qualità di utente e soprattutto lettore, non per qualsiasi attività abbia voglia di svolgere negli spazi della biblioteca. In questo senso mi pare possa interpretarsi anche l'articolo 16 dell'ultimo regolamento approvato dal Consiglio comunale: A tutti gli utenti è rigorosamente vietato: fumare in qualsiasi ambiente della Biblioteca e consumarvi cibi e bevande; entrare o trattenersi nella sala di lettura per semplice passatempo o per fini estranei allo studio (...).
Certo che, al di là dell'esempio specifico, riuscire a “promuovere” (art. 9 della Costituzione), a far conoscere, sfogliare, leggere, approfondire e confrontare, ecc., i “fondi storici” (come quelli oggi esiliati in sala Balducci) è un obiettivo ben più arduo del creare un flusso generico di persone in un posto comodo e gratuito per definizione (Articolo 103 Accesso agli istituti ed ai luoghi della cultura. (…) L'accesso alle biblioteche ed agli archivi pubblici per finalità di lettura, studio e ricerca è gratuito). Ma questa difficoltà non può giustificare l'impiego per qualsiasi attività di svago delle risorse pubbliche destinate alle biblioteche e alla lettura.
Non credo sia necessario dilungarmi oltre sulla “specificità della biblioteca”. Ma rinvio questa Direzione a un articolo del National Geographic disponibile in rete,


Altre biblioteche: Biblioteca del Risorgimento e Biblioteca della Colombaria. Cito (e sottoscrivo) l' Introduzione di un “rapporto” di quasi 25 anni fa dal titolo significativo, conservato in tre copie nei magazzini delle biblioteche delle Oblate, della Colombaria e dell'Archivio Storico di Firenze:

Nei mesi scorsi sono stati fatti passi importanti (…) Ha avuto inizio l'opera di riordinamento della Collezione di Miscellanee e sono stati presi accordi per l'automazione della gestione bibliotecaria, con l'adozione del sistema UOL [il software sviluppato dalla Biblioteca Nazionale di Firenze]. (...)
La Biblioteca Comunale Centrale (…) attualmente funge quasi esclusivamente da sala di lettura. Gli utenti arrivano con i propri libri e usufruiscono soltanto in minima parte dei servizi offerti dalla Biblioteca. (…)
La ridefinizione del ruolo della Biblioteca (…) deve a nostro avviso andare nella direzione di una maggiore specializzazione sulla storia socio-politica ed economica di Firenze (…) Inoltre, (...) all'interno del complesso delle Oblate (...) La Società toscana di Scienze e Lettere 'La Colombaria' potrebbe contribuire a completare la documentazione sugli aspetti letterari e scientifici, mentre la documentazione in possesso della Biblioteca della Società toscana per la Storia del Risorgimento, concentrata soprattutto sul periodo preunitario, rappresenterebbe un'utile integrazione per il periodo del primo Ottocento. (…)
Attraverso una più stretta collaborazione tra le tre istituzioni bibliotecarie presenti nel complesso delle Oblate sarebbe anche possibile coordinare la politica degli acquisti, evitando l'acquisto di doppioni e liberando così fondi per l'acquisto di studi più specializzati.
Per arrivare a una simile conclusione il Comune di Firenze dovrebbe però svolgere un ruolo più attivo. (Bruno P. F. Wanrooij. La Biblioteca Comunale Centrale di Firenze. Inventariazione e valorizzazione del patrimonio librario. Novembre 1991).

Aggiungo un'osservazione sul dettaglio del riferimento al sistema UOL (conosco abbastanza bene la BNCF). Quel sistema (come la sua evoluzione oggi in uso) richiedeva al lettore l'inserimento (a video) del solo n. di tessera personale superando l'onere della compilazione a mano delle scheda cartacea (una per ogni libro richiesto) con i dati già presenti nel catalogo elettronico e nella banca dati delle tessere della biblioteca. Tali adempimenti sono invece ancora indispensabile in Sala Balducci. Tra l'altro quella procedura semplificata del sistema UOL assicurava dei vantaggi anche per l'amministrazione, nel senso di una maggiore sicurezza nel registrare e conservare la documentazione sugli spostamenti dei libri consegnati al pubblico e nel collegare questi con i dati personali del lettore.

Sul rapporto tra le tre biblioteche ospitate nel complesso delle Oblate, rilevo che oggi la situazione è ancora quella descritta dal Dott. Wanrooij.
La Biblioteca del Risorgimento si trova in un angolo oggi non più di passaggio (da quando si è chiuso l'ingresso da via S. Egidio) alle spalle del nuovissimo “punto di accoglienza”. È aperta prevalentemente il pomeriggio, ha pochissimi tavoli e spazi ristretti che la disponibilità del personale non può compensare. Resta sconosciuta ai più e sicuramente scoraggia il fatto che la porta è chiusa e per accedere occorre suonare un campanello (probabilmente per esigenze di sorveglianza perché in questo caso sala lettura e magazzino coincidono). Al suo interno si possono vedere anche oggetti e manifesti storici “nascosti” dove si è trovato uno spazio libero e che la nuova e grande Oblate potrebbe forse contribuire a valorizzare in modo adeguato.
Per gli utenti delle Oblate La Colombaria, pur avendo in uso alcuni locali attigui concessi dal Comune, è solo una stanza per convegni visibile, tramite una porta a vetri, dal cortile centrale e ha l'ingresso all'esterno in via S. Egidio. La sua biblioteca apre prevalentemente la mattina e – a parte la presenza nel catalogo collettivo - non ha alcun rapporto con le Oblate (il personale della “accoglienza” non è in grado di fornire informazione sulle attività che svolge l'Accademia).
Entrambe queste due biblioteche hanno scarsa disponibilità di personale.

Il discorso del Dott. Wanrooij potrebbe oggi essere esteso alle numerose raccolte librarie sparse nelle “bibliotechine” delle città (alcune delle quali indicate nel catalogo collettivo). Immagino che ricevano fondi pubblici per conservare le loro raccolte ma quelle “biblioteche” restano di fatto sconosciute o inaccessibili per orari e servizi. Addirittura, alcune richiedono all'eventuale visitatore un preventivo appuntamento telefonico. La loro “vita autonoma” forse accontenta interessi particolari o forse è solo un sintomo di abbandono di quei libri, ma sorge il dubbio che possa causare e abbia già determinato (come già rilevato nel 1991) una inutile dispersione di risorse pubbliche.


Arrivo alle conclusioni con un paio di riflessioni in particolare sui servizi per la lettura, pur non conoscendo e non potendo tener conto dei vincoli e delle problematicità che l'amministrazione dovrebbe superare per metterle in pratica.
In primo luogo, viene spontaneo immaginare la qualità del servizio che si raggiungerebbe se la ex-sala lettura fosse destinata a sala consultazione comune delle tre biblioteche (magari acquistando ulteriore spazio cedendo il “piedistallo” per gli ospiti delle presentazioni dei libri alla nuovissima sala convegni). Dove poter consultare simultaneamente e in orari più estesi tutto il “patrimonio librario” pubblico o di rilevanza pubblica presente nel complesso delle Oblate. Se necessario, recuperando il personale necessario alla futura grande sala consultazione sia dalla sala lettura al secondo piano (dopo aver concentrato al primo l'esigua raccolta a scaffale aperto da sorvegliare), sia dall'emeroteca (dove forse la video-sorveglianza dal punto “accoglienza” potrebbe essere sufficiente), sia coinvolgendo il personale delle altre due biblioteche interessate.
Riguardo invece ii problema del numero insufficiente di posti per la lettura dei libri propri, viene da chiedersi se sia possibile per l'amministrazione aumentare il numero di tavoli nelle tre stanze al primo piano e installare nella nuova sala conferenze dei tavoli da spostare quando vi siano degli eventi in programma (come già in uso nella Biblioteca di S. Egidio).

Infine vorrei far notare che il regolamento della biblioteca in vigore andrebbe aggiornato perché non aiuta a disciplinare le attività nella nuova biblioteca. Risalendo al 2001 non può nemmeno tener conto dell'esistenza di spazi al primo e secondo piano, di una ludoteca e di due sale “conferenze”. Anzi, al limite, l'art. 16 non autorizzerebbe la trasformazione permanente della sala lettura in sala conferenze:

In caso di svolgimento di conferenze programmate dalla Biblioteca, gli utenti sono tenuti a lasciare libera la sala di lettura almeno due ore prima dell'orario di inizio della manifestazione

Con riferimento alla modalità di fruizione delle opere conservate, vi è poi un evidente errore nel testo scaricabile dalla 'pagina' “Regolamenti – Lettera B” del sito del Comune. L'art. 22 recita:

Sono escluse dal prestito le seguenti opere: i manoscritti (…).
I manoscritti, le pubblicazioni antiche, rare e di pregio e le opere in cattivo stato di conservazione sono date in visione a tutti gli utenti interessati, per finalità di studio, eventualmente sotto diretta sorveglianza del personale della Biblioteca.

Mentre nel precedente art. 22 del regolamento del 1996 più correttamente si legge:

Sono escluse dal prestito le seguenti opere: i manoscritti, (…) le opere in cattivo stato di conservazione.
Le opere escluse dal prestito, per motivi di conservazione, sono date in visione a tutti gli utenti interessati, per finalità di studio, sotto diretta sorveglianza del personale della Biblioteca.

Comunque il regolamento vigente è di difficile reperimento e non è quindi conosciuto dagli utenti (e, mi è parso, neanche dagli impiegati al pubblico). Cosa che invece sarebbe utile. Ad esempio in emeroteca, si eviterebbe qualche spiacevole malinteso con quei lettori che amano leggere un quotidiano dalla prima all'ultima pagina, se solo si evidenziasse in avvisi posti sui tavoli l'art. 18:

La consultazione dei quotidiani del giorno è limitata a trenta minuti ciascuno.



Su tutto questo, in particolare sui problemi in cui possono facilmente imbattersi gli utenti-lettori della nuova Biblioteca delle Oblate, della Biblioteca del Risorgimento e della Biblioteca della Colombaria sarei lieto di ricevere le considerazioni della Direttrice Farsi e del Presidente Rogari.



Berardino Simone
dinosimone AT virgilio.it
Firenze. 30/11/2015

Tessera SDIAF n. - - -. 






Gentile sig. Berardino,

ho ricevuto la sua lettera ricca di riflessioni e proposte. La ringrazio quindi per il contributo a migliorare i servizi e la biblioteca nel suo insieme.
[...] 
Le invio alcune risposte  in merito ad alcune delle sue segnalazioni inerenti la distribuzione degli spazi.
[...]
Gli orari del servizio di consultazione sono ridotti rispetto all'orario di apertura della sezione in seguito alla riorganizzazione del personale e all'apertura delle nuove sale. Per garantire il servizio di consultazione e al contempo la salvaguardia e la tutela del patrimonio sono necessarie diverse unità di personale (recupero del materiale nel magazzino, presidio del front office, sorveglianza del patrimonio in sala) che non sono disponibili per tutto il periodo di apertura della sala
[...] 
Concludo  confermando che la Biblioteca delle Oblate è un luogo di pubblica lettura ad accesso libero,  aperta a tutti. 

Cordiali saluti 
Il Direttore
Direzione Cultura e Sport 
[14/3/2016]



I nuovi volti della biblioteca pubblica

Presentazione 
del volume
(...) Le biblioteche si sono così trasformate da ricettacolo della cultura "alta", in avamposti sociali della crisi.
(...) Queste nuove biblioteche contribuiscono ad animare i territori a livello culturale e sociale e a migliorare la qualità di vita dei cittadini, rimodellandosi con la società stessa. (...).
QUI:




  ... Continua :

Che significa biblioteca? ... biblioteca investe una molteplicità di significati ed implica quindi modelli diversi; sicché (...) il discorso deve di volta in volta scandagliare struttura fisica, funzione, ideologia di quella ch'è a fondamento di qualsiasi modello di biblioteca, una raccolta di libri, reale o pensata, sostenuta da un progetto che la disegna, anticipa, provoca (...) 
Libri, libri, libri. Senza libri nessuna biblioteca è possibile 
(Guglielmo Cavallo, 1988) 




Dell'uso pubblico della biblioteca – Tutte le belle parole altisonanti sull'utilità e sul valore che hanno le biblioteche per la scienza diventano vuote e vane quando l'uso nel locale stesso è limitato a breve tempo ... È uso nelle grandi Biblioteche di tenere aperte le sale di lettura ogni giorno… da 4 a 6 ore, ed anche più. Certamente parrebbe che questo tempo dovesse bastare, se non fossero state scelte certe ore del giorno, in cui per l'appunto una gran parte del pubblico, che ha più spesso bisogno di frequentare la Biblioteca, pe causa dei propri impegni particolari non può approfittarne 
(Julius Petzholdt. Manuale del Bibliotecario, 1894)




Tribuna aperta

... Mentre gli scritti sulla "biblioteca pubblica" stupiscono per il loro numero e per le fantasiose proposte di innovazioni, sulla biblioteca di "conservazione" (come dice il nome stesso) vi è assoluta mancanza di nuove idee su come realizzare (impegnativi) servizi per i lettori, capaci di "valorizzare" il patrimonio librario custodito. 
A cominciare dalla sperimentazione di aperture nel secondo pomeriggio e serali. In questo caso chiunque può verificare con immediatezza (sui siti delle biblioteche di tutta Italia) che i bibliotecari evitano il più possibile di garantire aperture al pubblico nelle fasce orarie pomeridiane e serali (...) Gli orari di apertura, come tutti i servizi offerti da una biblioteca "di conservazione", compresi quelli che ai non "esperti del settore" possono apparire pratiche assurde o gravi "disservizi" (fino ai costi esosi delle riproduzioni dei libri: rinvio a Fotografie libere per i beni culturali <https://fotoliberebbcc.wordpress.com/>), sono esempi di una secolare "professionalità" : 

... Nel caso che per la lettura sieno permesse le ore della sera, quali ne sono i vantaggi e quali gli inconvenienti? I bibliotecari più autorevoli hanno trovato e confermato in questo permesso tali inconvenienti da superarne i vantaggi. (…) Si osservò che particolarmente nelle grandi biblioteche, le quali contengono opere preziose e rare, le ore della sera non sono adatte alla lettura. Esse favoriscono principalmente le letture frivole ed il guasto dei libri, e quindi dovrebbero venir soppresse. All'incontro devesi raccomandare l'aumento delle biblioteche scolastiche, professionali e popolari. Particolarmente queste ultime dànno eccellenti risultati. È mirabile il vedere il rispetto col quale il povero, il semplice operaio riceve il libro che gli viene affidato (...) 
(Congresso statistico di Firenze 1867)  ... . 




BIBLIOTECA NAZIONALE
IL REGOLAMENTO
ART. 22
(...) Per la consultazione dei manoscritti è richiesta la lettera di presentazione di un docente universitario italiano o straniero o del responsabile di un ente qualificato italiano o straniero che attesti la peculiarità degli intenti culturali del richiedente. Il caposezione, delegato in ciò dal direttore, autorizza la consultazione delle opere che riguardano espressamente gli interessi dello studioso. Si accetta l'esplicita dichiarazione sottoscritta direttamente dallo studioso, purché circoscritta a campi di studio ben specificati, se lo studioso rientra in una delle seguenti categorie ed è in grado di documentarle: a) rappresentante del Parlamento italiano o di Stato estero o Comunità internazionale riconosciuta dal Governo italiano; b) ambasciatori, consoli, addetti culturali accreditati presso il Governo italiano; c) dirigenti o funzionari direttivi appartenenti a Ministeri dello Stato e loro enti periferici; d) dirigenti e funzionari direttivi di Regioni, Province e Comuni; e) prelati; f) docenti universitari della qualifica di direttori di ricerca; g) professori di scuole secondarie di ogni ordine, statali o equiparate; h) rappresentanti ufficiali di istituti culturali italiani e stranieri, riconosciuti dal Ministero, le cui finalità istituzionali comportino interessi e necessità di studio correlati alle peculiarità delle collezioni manoscritte e rare.
(BN Napoli)



... Alle origini della "fruizione negata del Libro" :                 

(...) 
Una democrazia per pochi. I limiti di accesso alle biblioteche statali
(30 maggio 2016) 

(...)
Ogg: RICHIESTA DI AMMISSIONE

Alla Direttrice BML.
Come richiestomi stamattina dai suoi gentili collaboratori sono a inviarle questa richiesta di ammissione alla BML.  (...) 


Ogg: R: Nuovo invio: RICHIESTA DI AMMISSIONE

Gentile Signore,
(...) avrei bisogno di sapere chi è Lei, chi è il direttore del corso universitario che segue o, altrimenti, quale progetto sta seguendo e per quale Istituzione (...) .




PER [ ... NdR ] DIMENTICARE (DI NUOVO) 
LA BIBLIOTECA DEI GIROLAMINI
di Tomaso Montanari pubblicato giovedì, 3 marzo 2016

(...) Un progetto (...) ogni anno una ventina di laureati si formi sullo studio dei manoscritti (paleografia, diplomatica, filologia), catalogando (e dunque mettendo in sicurezza) (...) 
Accanto a questo cuore pulsante, una struttura (...) dove i ragazzi delle scuole, i pensionati e i bambini possano ogni giorno partecipare a letture pubbliche, conferenze, spettacoli, caffè letterari.




Sono andato a leggermi tutta la collezione del "Piccolo" di Trieste del 1938 alla biblioteca nazionale di Roma: un'esperienza resa traumatica dal grado di inefficienza degli addetti. Il microfilm non si trova, poi arriva in ritardo, poi non è quello giusto, poi «è meglio se torna tra due settimane», poi eseguono a caro prezzo la riproduzione delle pagine ma mandano a casa quelle sbagliate.
L'inettitudine pari solo all'indifferenza per il disagio dei frequentatori era così radicata che doveva venire da lontano. Chiudendo gli occhi potevo pensare di essere in una biblioteca sovietica del 1989, quando chiunque aveva smesso di darsi da fare perché ormai crederci era da stupidi. Ma questa era Roma nel 2014 e in quell'inettitudine era racchiuso il messaggio che comunque non faceva nessuna differenza (...) Strinsi i denti. Tenendo duro
(Federico Fubini. 2014, p. 40-41)




Per una riforma del sistema delle biblioteche pubbliche statali
di Andrea De Pasquale   [Aedon, 2/2016]

Sulla base delle possibilità normative, si è provato a ragionare sui vantaggi dell'istituzione di un polo bibliotecario per le biblioteche di Roma, sotto la direzione della Biblioteca nazionale centrale. (…)  
Il modello organizzativo che si propone, in analogia con i poli museali, prevede l'affidamento della competenza di funzionario delegato al direttore della Biblioteca nazionale centrale (…) e i direttori delle altre biblioteche, dotati di posizione organizzativa, ma senza autonomia di spesa, proporranno al direttore della Biblioteca nazionale, all'interno di un consiglio di coordinamento, gli interventi che intendono realizzare (…)
Il polo permetterà (…) poi la fruizione del patrimonio in maniera integrata e condivisa, a cominciare dall'uniformazione dei regolamenti degli istituti e la redazione di un'unica carta dei servizi, portando ad una razionalizzazione delle relative procedure (...) e gli orari di apertura, spesso anche illogici (come la chiusura difforme dei pomeriggi), dovuti essenzialmente a esigenze delle turnazioni del personale, che spesso non paiono tenere in considerazione quelle dell'utenza (…) 
Il polo bibliotecario dovrà anche essere sede del Museo nazionale del libro, ancora assente in Italia, riprendendo l'antica vocazione museale delle biblioteche statali. (…)



Corriere  della Sera/13. Corriere Cultura. 21/05/1986


PROPOSTE / Come caotici e polverosi depositi di libri potrebbero trasformarsi in efficienti banche dati

Perché non affidiamo le 
biblioteche ai privati?

di VALERIO RIVA

Meno Stato e più mercato? ... Sì? E allora ecco qua un'altra proposta, urgente: privatizziamo le biblioteche...
Facciamole guidare una buona volta non più, dal principio della noia, del segreto, dello sperpero, della polvere ma dell'utilità del servizio, della convenienza del cliente, del profitto dell'imprenditore.
Sarà uno choc, al principio. E sia pure. Ma per favore, togliamole di mano più in fretta che possiamo al ministero dei Beni Culturali, alle beghine del Centro nazionale per il Catalogo Unico, alle vedove dell'Associazione Italiana dei Bibliotecari, a tutte quelle patetiche pinzochere, che da vent'anni pestano l'acqua nel mortaio ... Mandiamo le pinzochere a casa. E mettiamo le biblioteche, come si usa in tutto il mondo, in mano agli ingegneri.

Esagerati? Ma no. Fate anche soltanto l'esperimento che ho fatto io, e vi renderete conto. Andate alla Public Library di New York, all'angolo della 42th strada; e subito dopo alla Biblioteca Nazionale di Roma. Voi entrate alla Public Library di New York e nessuno vi ferma, neanche con un dito. Alla Biblioteca Nazionale di Roma dovete riempire una domanda, mostrare un documento, strisciare con la lingua penzoloni davanti a un usciere annoiato che vi scruta da dietro una garitta. Alla Public Library di New York, la prima cosa che dovete fare è andare a un tavolo con cinque monitor, digitare l'oggetto della vostra ricerca - Freud, Italy, Reagan, Petrarca - e venti secondi dopo avete una completa bibliografia scritta. Poi andate a uno sportello e vi fate dare quattro o cinque schedine ... Consegnate le schedine a uno sportello. Vi danno un numerino. Vi sedete su una lunga panca. Davanti a voi c'è un quadro luminoso. Tre o quattro minuti dopo si accende un numero, il vostro numero. Vi alzate, e vi consegnano il libro o i libri che avete chiesto.
Non avete che da leggerli (...)

Cercate di fare la stessa cosa a Roma (...)
Se protestate vi rispondono che alla Biblioteca nazionale sono stufi di avere il pubblico tra i piedi: e un giorno o l'altro chiudono e finalmente si dedicheranno a quello che è il sublime compito a cui sono state chiamate tutte quelle esimie pinzochere dallo Stato Italiano: redigere il sacrosanto, divino, irripetibile Catalogo Unico Nazionale. Cioè: niente.
Per questo sublime scopo, cioè perché voi non possiate consultare i libri, lo Stato spende da anni decine di miliardi. Il 90 per cento dei quali è sfumato ormai in stipendi (...)

Eppure Roma ha centinaia di biblioteche ... Una irripetibile fonte di energia culturale. E un grosso affare, per gente che di affari se ne intende (...)

Il patrimonio resterebbe allo Stato, all'imprenditore toccherebbe l'utile, ma anche le spese di conservazione e restauro. Lo Stato riscuoterebbe un affitto invece di profondere miliardi a vuoto. Le pinzochere si dedicherebbero ai nipotini. E io e voi potremmo finalmente leggere i libri.





...   ...   ...

Armando Petrucci,
Funzioni delle biblioteche e diritti del pubblico, 
in, Giornate Lincee sulle Biblioteche Pubbliche Statali, 1994.







domenica 20 aprile 2014

La “sfida” dei beni culturali. Lettera ai restauratori

ULTIMA MODIFICA IL 16/08/2015 



III (2014) 1

Sommario

... ... ...

Berardino Simone 

La "sfida" dei beni culturali. Dalle biblioteche di "conservazione" alla "Biblioteca Pubblica" 
(Lettera ai restauratori)         p. 233 - 264. 


 ... Nonostante il dibattito sui beni culturali risalga alla seconda metà degli anni Sessanta dello scorso secolo, la biblioteconomia non ha ancora messo al centro delle sue analisi il concetto di libro-bene culturale (per brevità scriverò "Libro") ... ...

A questo punto sarà chiaro perché è normale che in tutta Italia il cittadino “comune” (o “non studioso”), affascinato o incuriosito dalla biblioteca antica e dai Libri che potrebbe trovarci, sperimenterà questa esperienza di assoluta incomunicabilità ... ...

 Ma andiamo oltre i condizionamenti di questi inutili trucchi terminologici e stolti espedienti amministrativi e arriviamo alla sostanza ... ...

[abstract]



PREMESSA ALL'ARTICOLO: 



MASSIMO SEVERO GIANNINI
SCRITTI (1939 - 1996) 
Milano. Giuffré. 2000 (Vol.1) - 2008 (Vol. 10)


La legge 1° giugno 1939, n. 1089, ampliando gli enunciati contenuti nella preesistente legge 20 giugno 1909, n. 364, dice all'art. 1 soggette alle sue norme le « cose mobili e immobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnografico », e soggiunge che sono comprese fra queste le cose che interessano la paleontologia, la preistoria, le civiltà primitive, la numismatica, nonché manoscritti, autografi, carteggi, documenti, incunaboli, libri, stampe e incisioni aventi rarità e pregio ... 


(Massimo Severo Giannini (1976). SCRITTI. Volume Sesto 1970 – 1976, p. 1003 – 1040)


In ogni tempo e in ogni luogo sono stati distrutti o mandati in rovina beni culturali …
Tuttavia è anche caratteristica del nostro tempo che parallelamente alla distruzione massiccia di beni culturali si sviluppi una altrettanto massiccia domanda di godimento di beni culturali. A parte la domanda di beni librari, ovunque crescente …
Oggi, 1971, tutti in Italia parlano di beni culturali. Ma il concetto è stato introdotto e popolarizzato solo dalla Commissione Franceschini … 
La Commissione consegnò i suoi elaborati in sale piene di luci e arazzi, ove tutti sembravano compiaciuti delle parole degli oratori. Sollecitato dai parlamentari che erano stati in Commissione, il Ministro Gui ebbe l'idea di predisporre una legge delega per riorganizzare l'amministrazione. Rapidamente una commissione si riunì e preparò un progetto, attenendosi strettamente alle indicazioni della Commissione Franceschini. …
Il progetto Papaldo è un elaborato di alto valore. I 46 articoli che costituiscono la sua parte generale sono da considerare il testo legislativo più compiuto che sinora sia stato redatto per regolare in modo unitario la complessa categoria dei beni culturali …
È prevedibile che tra i due gruppi di forze in contrasto, quello di distruzione dei beni culturali, e quello di domanda di godimento dei beni culturali, il secondo si rafforzerà.

(Massimo Severo Giannini (1971). SCRITTI. Volume Sesto 1970 – 1976, p. 281 – 292)


Si pensava dopo il 1966 che la Commissione Franceschini si traducesse, per le sue dichiarazioni in legge; e difatti fu nominata dal Ministro dell'istruzione una Commissione presieduta da Antonino Papaldo, che terminò i lavori nel marzo 1970; …
Eravamo notate bene, nel 1970-1971. Nel 1970 era uscita la legge 281 per l'istituzione delle Regioni. Grido d'allarme: come si fa a fare una legge che si occupa dei beni culturali una volta che passano, in base alla Costituzione, alle Regioni, i beni musei e biblioteche di enti locali e quanto attiene al paesaggio e al territorio? …
Questi eventi provocarono non solo l'arresto, ma diciamo l'abbandono del progetto della Commissione Papaldo, in quanto si ritenne che il progetto, in tanto potesse andare avanti in quanto lo si integrasse con una più esatta ripartizione delle attribuzioni tra lo Stato e le Regioni. …
È da richiamare l'attenzione sul fatto, estremamente interessante, che le categorie di beni culturali sono diventate nove: tre, cinque, adesso nove. …
Questi sono i principali problemi sostanziali oggi aperti: essi non possono essere risolti con una legge come quella che si era pensato di fare, la quale si aggiungerebbe alle tre leggi base, aprendo di continuo dei complessi problemi interpretativi. Occorre invece una sola legge organica che sia insieme revisione delle leggi base e disciplina dei nuovi problemi, e tale legge è possibile solo come legge delegata …

(Massimo Severo Giannini (1981). SCRITTI. Volume Settimo 1977 – 1983, p. 889 – 900)



[… Continua in: Mario Luigi Torsello (Consigliere di Stato). 
Profili generali del Codice dei beni culturali e del paesaggio. 
Convegno (Gallipoli. 2005) 
La tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale nelle nuove norme e nell’esperienza applicativa.


Il nuovo art. 117 Cost. – come è a noi tutti noto - ha attribuito allo Stato la legislazione esclusiva nella materie della tutela dei beni culturali mentre la valorizzazione appartiene alla legislazione concorrente Stato-regioni.
Di qui la necessità di una individuazione delle due nozioni per determinare quello che è rientra nella competenza normativa dello Stato e quello è disciplinato dalla regione. ...
Ecco quindi la ragione più profonda del Codice: cercare di fare chiarezza ed evitare una empasse nell’esercizio delle funzioni che sembrava alle porte. Ecco perché abbiamo disciplinato interamente una materia su cui si era intervenuti da poco – ma con modalità di azione molto meno incisive - con il T.U. n. 490/1999. ...
Il Codice, quindi, ha avuto l’arduo compito di ricomporre la materia sulla base dei nuovi equilibri costituzionali. Impresa certamente improba ma che andava fatta velocemente. ...
Il Codice si ispira al principio che ciascun soggetto dell’ordinamento valorizza i beni di cui è titolare.
Tale criterio, però, così netto, è stato ampiamente temperato ... l’adozione di un regolamento statale può essere giustificata – alla stregua del principio di sussidiarietà – da una esigenza di esercizio unitario della funzione stessa, che impone che la funzione venga esercitata in modo uniforme sull’intero territorio nazionale. ...
Con il Codice abbiamo ridisciplinato tutta la materia del restauro poiché siamo partiti dall’idea che esso rientrasse nelle competenze esclusive in materia di tutela. ...
Quindi dopo la sua emanazione inizia una nuova scommessa: quella della difesa del Codice. ... ]



È forse opportuno cominciare col dire della legge di tutela dei beni culturali. « Tutela » è ormai un termine convenzionale per dire di normativa che deve avere ad oggetto la definizione del bene culturale, i procedimenti di individuazione e di disciplina del vincolo di conservazione (o tutela in senso stretto), la disciplina della fruizione di detti beni, quella delle attività di valorizzazione, quella della circolazione dei beni culturali, ed infine le varie specie di sanzioni. …
Dottrina e giurisprudenza hanno tratto l'interpretazione secondo cui il bene culturale è tale in quanto definito da un pregio: l' « interesse » sta nell'esser cosa di pregio. Che il pregio sia un « valore », una « rarità », un « fatto immateriale », o altro, già appartiene a quell'ordine di elaborazioni scientifiche di sistemica di vertice, da cui si può anche prescindere ai fini delle applicazioni pratiche se – come è nella specie – esiste una nozione subordinata usabile – che nel caso è appunto quella di pregio-interesse.
Ma quale pregio, quale interesse? … Su questo insieme di cose-beni culturali si è elaborata la costruzione sistematica del duplice pregio: artistico e storico, che è ormai dominante, anche nella giurisprudenza. …

(Massimo Severo Giannini (1986). SCRITTI. Volume Ottavo 1984 – 1990, p. 599 – 602)


Iniziative di promozione culturale – per usare un ordine concettuale moderno – sono state prese in ordinamenti giuridici generali e particolari sin dai periodi dei regni barbarici e feudali. …
La Costituzione repubblicana ha creduto opportuno dedicare alla promozione culturale un articolo generale (l'art. 9) …
La dottrina giuspubblicistica si è molto applicata alla spiegazione della normativa costituzionale … Gli esiti, per ora, sono solo miserabili. …
In effetto se vi è nozione intorno alla quale ferve il dibattito, questa è quella di cultura, che è contesa tra filosofia, storia, sociologia e antropologia: … si discute … se non sia da accettare una nozione del tutto empirica, quale, appunto, quella espressa dalla locuzione di complesso di manifestazioni della vita intellettuale, senza ulteriori implicazioni o prospettive.
Ed è questo significato empirico e non impegnato quello che si adotta nei testi normativi, a cominciare dall'art. 9 Cost., anche perché solo una cultura in questo senso può formare oggetto di promozione, non certo la cultura in una delle eccezioni totali, che, accettatane l'esistenza, ha certamente fra le sue componenti anche le manifestazioni della vita intellettuale, cioè la cultura in senso parziale e specifico. …
La locuzione non ha quindi nulla di astruso, non richiede impegni filosofici o antropologici
(Massimo Severo Giannini (1991). SCRITTI. Volume Nono 1991 – 1996, p. 11 - 28)


È ormai oltre mezzo secolo che la materia dei beni culturali (e ambientali) costituisce oggetto di un dibattito, vivo e di alto livello, nella letteratura giuridico-politica. …
L'ambito dei beni culturali è indicato all'art. 1 dell'atto 805 [1975]: beni culturali, ambientali, archeologici, storici, artistici, archivistici, librari; … la legge sostanziale di base essendo sempre rimasta quella sulle cose d'arte 1.6.1939 n. 1089. …
La qualità di bene culturale inerisce alla cosa, originariamente e indipendentemente dalla sua dichiarazione … tant'è che, per opinione da tanti accettata, comunque essi costituiscono il «patrimonio culturale» della nazione, non possono essere adibiti ad usi sconvenienti o pregiudizievoli alla loro conservazione. Precisa la norma che se ne deve favorire il godimento pubblico e così anche l'accesso agli studiosi. Si ha, come si vede, un vincolo a contenuto limitato: è, sostanzialmente, un vincolo di conservazione del bene nella sua qualità di bene pregiato. L'autorità pubblica non ha poteri specifici circa la sua collocazione, circa il modo di godimento (eccettuati gli ordini di cessare gli usi sconvenienti), circa la destinazione (così può essere vietata una destinazione di usi sconvenienti, ma non può essere imposta una destinazione specifica, che l'autorità ritenga consigliabile tra le utilizzazioni in fatto possibili). Quindi un risultato finale di assoluta semplicità: il contenuto del quale è alquanto limitato, nel senso che vale in negativo (ciò che l'avente diritto non può fare) e non in positivo (ciò che deve fare: ovviamente il potere di consiglio c'è, e in fatto risulta abbastanza esercitato; ciò che manca è il potere di imporre di fare). … …

(Massimo Severo Giannini (1995). SCRITTI. Volume Nono 1991 – 1996, p. 389 - 393)




Resta da vedere l'altro carattere dei beni culturali, il loro essere pubblici. … 
Cominciamo a chiarire: quando si dice che il bene culturale appartiene al patrimonio culturale della nazione, oppure, … all'umanità, … si usano espressioni pregiuridiche … le quali giuridicamente non significano se non che il bene culturale è bene culturale: l'essere testimonianza materiale avente valore di civiltà significa infatti essere parte di quel patrimonio (culturale) che compone le espressioni nelle quali le civiltà singole, e perciò la civiltà nel suo insieme, si sono manifestate. …
Solo che qui « appartenenza » è usato nel senso di far parte, non nel senso di appartenere. Invece quanto all'appartenenza, come appartenere, il bene culturale sembra non avere un « proprietario » in senso proprio …
Quando diciamo che il bene culturale è un bene di fruizione più che di appartenenza, intendiamo riferirci ad un insieme di dati, che possono esporsi come segue. Lo Stato-amministrazione dei beni culturali non ha il godimento del bene culturale, perché il godimento lo ha l'universo dei fruitori del bene medesimo … In ordine all'universo dei fruitori l'Amministrazione ha quindi un interesse all'integrità del bene culturale … inoltre l'interesse è all'integrità fisica e non all'integrità patrimoniale … D'altra parte le difetta il tipico interesse del proprietario all'utilizzazione del bene, poiché il bene, come bene culturale, non ha altra utilizzazione che la fruizione universale: essa può ampliare o restringere la fruibilità, nel senso che può porre in essere attività per rendere più facile e più accessibile la fruizione, e viceversa può restringere la fruibilità mediante il controllo delle ammissioni alla fruizione …
Fruibilità significa obbligo di permettere la fruizione, e quando all'obbligo si è adempiuto, il potere pubblico è in regola; le attività promozionali o gli incentivi alla fruizione sono infatti, giuridicamente, attività volontarie e non invece necessarie, come quelle attinenti alla fruibilità.

In questo senso il bene culturale è pubblico

(Massimo Severo Giannini (1976). SCRITTI. Volume Sesto 1970 – 1976, p. 1003 – 1040)


[Continua in: Paolo Carpentieri (Magistrato T.A.R. Campania). 
Fruizione, valorizzazione, gestione dei beni culturali
Convegno (Terracina, 2004) 
“Il nuovo codice dei beni culturali e del paesaggio. Prospettive applicative”.


L’origine e la progressiva enucleazione delle diverse nozioni.
Posizione tradizionale.


Tradizionalmente la disciplina delle cose d’arte ha sempre presentato una caratterizzazione “difensiva” (G. Piva, voce Cose d’arte, in Enc. Dir., vol. XI, Milano, 1962, 93 ss.), al fine di assicurarne “la conservazione, l’integrità e la sicurezza” (così recita l’intitolazione del Capo II della legge 1 giugno 1939, n. 1089 sulla Tutela delle cose d'interesse artistico e storico).
La conservazione del patrimonio culturale, nella sua accezione quasi fedecommissaria di lascito del passato da tramandare integro alla posterità, è stata inoltre tradizionalmente assolta dalla affermazione della demanialità e incommerciabilità delle cose d’arte (così la legge 20 giugno 1909, n. 364 recante Norme per l'inalienabilità delle antichità e delle belle arti). 




L’idea del pubblico godimento e della pubblica fruizione del valore culturale insito nelle cose di interesse storico-artistico si collega a un’ideale illuministico di diffusione della cultura e ai valori democratici espressi dalla Rivoluzione francese. La tutela non è più intesa come pura conservazione, ma diviene strumento della crescita culturale.

L’articolo 9 della Costituzione.

... Da qui è partita l’elaborazione (M.S. Giannini, I beni pubblici, Roma, 1963; id., I beni culturali, in Riv. trim. dir. pubbl., 1976, 20 e ss.; ma già P. Calamandrei, Immobili per destinazione, in Foro It., 1933, 1722) del bene culturale come bene pubblico per destinazione, come bene non di “appartenenza”, ma di “fruizione”, sottoposto al concorso del dominio eminente del proprietario con il dominio utile pubblico sul valore culturale della cosa, come bene funzionalmente “immateriale”.
Si passa, dunque, da un’idea statica della tutela, come riserva “demaniale” del bene culturale e come limite alla sua commerciablità e al suo uso, ad un’idea dinamica della gestione del bene culturale, imperniata sul potenziamento dell’espressione del suo valore culturale, che tende a divenire un servizio offerto alla crescita culturale del pubblico... ... 

La “riscoperta” della centralità della nozione di fruizione

Il punto di sutura di questa divaricazione, capace di ricondurre a coerenza la discussione sulla valorizzazione dei beni culturali, è costituito, nella logica del codice, dalla “riscoperta” della centralità della nozione di “fruizione” dei beni culturali.
La fruizione del bene culturale costituisce non solo il fine (uno dei fini principali) della tutela e della valorizzazione, ma rappresenta la sintesi tra funzione e servizio pubblico di gestione del bene culturale al fine di conservarlo in condizioni da poter adeguatamente esprimere il suo valore culturale, attraverso un’idonea fruizione pubblica.
La fruizione si configura, in tal modo, come servizio pubblico di offerta del bene culturale alla pubblica fruizione. ... 


Da tutto ciò è nata l'idea che le amministrazioni siano munite di uffici di organizzazione, con esperti per tutto l'ordine di problemi di cui si è parlato e che servano a dare alle amministrazioni dei giudizi motivati in ordine soprattutto all'efficacia e alla efficienza dell'attività amministrativa. …
Un'amministrazione contemporanea richiede uffici di organizzazione. Come nel secolo scorso, ad un certo momento, le amministrazioni dovettero munirsi di uffici di ragioneria di fronte alle crescenti difficoltà tecniche della finanza pubblica (le ragionerie del '700 erano ragionerie empiriche, affidate a dei pratici, e solo nell'800 viene fuori un'intera amministrazione dedicata a quel problema), così oggi la stessa vicenda si ripete per la tecnologia amministrativa. 

(Massimo Severo Giannini (1984). SCRITTI. Volume Ottavo 1984 – 1990, p. 39 – 50)









 ... Il libro medievale abbonda di componenti che derivano da organismi viventi (la carta, il legno, i fili e i tessuti dal regno vegetale; le pergamene, i cuoi, le pelli, le sete, da quello animale), pur non mancando testimonianze che originano dal mondo minerale (dai metalli delle ferramenta, ai componenti di inchiostri e colori fino all'allume usato nella concia delle pelli) … le sue strutture devono comunque garantire una funzionalità che ne renda agevole la fruizione … Se privo di funzionalità, se le strutture che tengono insieme le sue diverse componenti divengono fatiscenti, esso deve essere escluso dalla consultazione e conseguentemente non può essere “visitato” …


Si propone una classificazione che pone la “bellezza” in subordine rispetto alla complessità materiale, alla ricchezza di “saperi” contenuti in quell'oggetto, s'intende infatti mettere in luce i contenuti di cultura materiale che giocano un ruolo primario eppure di norma ignorato o perlomeno assai sottovalutato.
D'altra parte il libro è tale in quanto veicolo di un testo – che di per sé, è una componente immateriale … …


Una categoria particolare di ricercatori-archeologici del libro è quella dei restauratori … Solo poco meno di quaranta anni fa si è iniziato a legare lo studio analitico delle componenti materiali del libro con la loro conservazione e ciò ha avuto come prima conseguenza un'evoluzione delle tecniche di restauro divenute rispettose, non più soltanto del testo, ma anche della materia … qualsiasi intervento agisce sulla materia delle opere ed è dunque essa che dev'essere conosciuta in ogni dettaglio dal restauratore … Questa conoscenza è l'unica strada che gli consente di giungere al traguardo di padroneggiare consapevolmente le modificazioni della materia … … per riappropriarsi di competenze sue proprie quali, ad esempio, la comprensione dei meccanismi della degradazione, ovvero la riflessione sulla riuscita degli interventi in termini di stabilità e durabilità nel tempo con ciò determinando un'ovvia ricaduta nelle opzioni tecniche adottate negli interventi.


Il percorso virtuoso che prende il via dalle materie dei libri conduce inevitabilmente alla loro salvaguardia; del resto, a ben guardare, è questo l'uso più corretto che si dovrebbe fare del nostro patrimonio culturale; una fruizione pubblica, per quanto possibile allargata, di opere alle quali in genere accedono soltanto singoli studiosi … facendo in modo … di … assicurarne la trasmissione a coloro che verranno dopo di noi ... ...
[ ... ... Ma, riba­dito che libri e docu­menti ven­gono con­ser­vati per essere stu­diati, credo che sia il caso di sfa­tare la super­sti­zione che il degrado di que­sti beni cul­tu­rali sia acce­le­rato dalla frui­zione. Parlo ovvia­mente della frui­zione pru­dente e avver­tita: un libro antico non può essere con­sul­tato come si farebbe con un quo­ti­diano che è pro­dotto per durare un giorno. Ciò pre­messo, sta­bi­lito che è nostro dovere tra­smet­tere ai posteri il patri­mo­nio cul­tu­rale che abbiamo rice­vuto in ere­dità dai nostri padri, vor­rei far notare che anche noi siamo tra i posteri cui spetta il godi­mento di quelle testi­mo­nianze del passato.

(Carlo Federici. Le materie dei libri, in Carlo Federici, Federico Macchi. Le materie deilibri. Le legature storiche della Biblioteca Teresiana. Publi Paolini. Mantova. 2014, p. 11- 14).






Bibliografie e Biblioteche. Paralleli e difformità - (...) Dal momento che le Biblioteche riuniscono libri concreti a fini consultativi e la Bibliografia elenca libri virtuali a scopo informativo, pare inevitabile che fra le due sussista una relazione, e questa si esprime nella circostanza che entrambi hanno a che fare con i libri (...) 
Va da sé che non basta parlare di Biblioteca per sapere qualcosa di più preciso su tale entità, oltre alla constatazione che è formata da una collezione di libri. Biblioteca, infatti, è un nome comune poco indicativo sia della destinazione della raccolta che dello specifico contenuto librario; per analogia, la sua denotazione non va oltre la significatività e la precisione semantica del termine "animale" quando venga adoperato per definire specie che vanno dal canarino all'ippopotamo (...) 
Le Biblioteche possono essere recenti, e cioè istituite da pochi anni o decenni, oppure storiche - e quindi a loro volta presentarsi in tante forme e composizioni quante sono state le stratificazioni librarie rispecchianti i diversi periodi temporali e gli indirizzi che possono avere successivamente ricevuto -, generali o specialistiche o di pubblica lettura; (...) ciascuna delle rispettive collezioni rappresenta una peculiare singolarità bibliotecaria, sicché ad una ad una ogni raccolta rispetto a tutte le altre ha in comune solo il fatto elementare, e niente a fatto discriminante, di possedere, gestire, e mettere a disposizione dei libri (...) 
Il rango di metadisciplina spetta di diritto alla Bibliografia per la ragione che, dovendo inquadrare ed ordinare l'insieme dei monumenti grafici, essa è tenuta ad inglobare la totalità delle conoscenze attraverso la totalità dei documenti che posseggono natura scientifica e letteraria, escludendo tutti quegli altri che abbiano solo valore occasionale, divulgativo, di ripetizione, o di didattica elementare (...) 
Per determinare tali relazioni la Bibliografia è obbligata a tracciare, da un lato le architetture e le mappe dello Scibile, dall'altro sia la cartografia delle entità che formano i Monumenti, e cioè gli autori, le opere, e le edizioni (...) di opere letterarie o scientifiche (...) 
La comunicazione realizzata per mezzo della stampa aveva prodotto nella civiltà europea un terremoto di tali proporzioni che, al confronto, l'odierna rivoluzione informatica non rappresenta molto più che un relativamente modesto fenomeno derivato. 
Nasceva così la Bibliografia, in quanto disciplina che, delegata a raccogliere e ad organizzare la letteratura e lo scibile, si trovava anzitutto impegnata ad effettuare una selezione degli autori e delle opere che venissero sindacati come i meglio rappresentativi ed interpretativi dell'intera eredità culturale e civile (...) 
La selezione bibliografica corrisponde sul piano informativo, o se si preferisce in termini virtuali, alla selezione libraria operata nelle biblioteche, per cui una bibliografia universale equivale ad una biblioteca universale nella quale siano state riunite le opere più significative di tutti i tempi e meglio rappresentative di ogni cultura, mentre una bibliografia settoriale o specialistica equivale a delle analoghe collezioni librarie particolari o alle singole classi delle biblioteche universali (...) con la differenza essenziale (...) che la selezione libraria operata dalla Bibliografia è riferita soltanto al valore scientifico ed alla qualità letteraria, mentre l'assortimento delle opere offerte da una Biblioteca rispetta anzitutto le esigenze ed i bisogni della utenza corrispondente, per soddisfare la quale la raccolta era stata e viene allestita (...) 
E tuttavia esiste un settore delle Biblioteche - in particolare quelle di alta cultura, accademica, e specialistiche - in cui la scelta delle opere viene attuata considerando sostanzialmente anche la tradizione culturale e i progressi del sapere; per tali Biblioteche il parallelo con gli adempimenti della Bibliografia, almeno per quel che attiene alle presenze librarie, è appropriato e calzante.
In termini bibliografico-culturali altrettanto significativa è la realtà di quelle biblioteche che, anzitutto in passato, siano state allestite sulla base di un disegno programmatico, un piano di costruzione che non poteva che essere, appunto, bibliografico; per tali biblioteche basta fare alcuni nomi, delle più celebri, e citare gli esempi della Mazarina, della Passionea (ora Angelica), della Palatina di Parma, della Bunaviana, della Durantina di Francesco Maria II della Rovere ultimo duca di Urbino.
Ma in tale insieme rientra anche un gran numero di biblioteche prettamente personali (...) 
Questa la conclusione cui siamo giunti: la contrapposizione fra Bibliografia e Biblioteche passa normalmente dalle acquisizioni della Bibliografia agli investimenti ed alle applicazioni bibliotecarie; e tuttavia anzitutto per il passato soccorre all'inverso una documentazione di singole raccolte che, per la loro elaboratezza, la loro minuziosità, e la loro sapienza erudita sono in grado di rappresentare tuttora delle autentiche bibliografie nel senso più rigoroso del termine. 
Per essere in grado di rispondere compiutamente ai più vari programmi di ricerca e di informazione, la Bibliografia non dispone in genere di impianti o di apparati documentari e consultativi già predisposti: al contrario, le sistemazioni bibliografiche esistenti non possono generalmente che risultare provvisorie, contingenti, e quindi sempiternamente dinamiche. 
Ogni assembramento librario nasce in seguito ad una richiesta o ad una serie di richieste, che è appunto quel che accade normalmente nella genesi, nella formazione, nella accrezione, e nella stratificazione bibliotecaria; tolti i casi speciali di biblioteche, ad esempio quelle popolari o di pubblica lettura, che risultano modellate o ricalcanti schemi predisposti, tutte le altre configurazioni di raccolte bibliotecarie rimangono aleatorie ed imprevedibili, anche quando intendono seguire una linea di assoluta specializzazione e di stretta coerenza (...) 
Per tutto il secolo XIX e XX gli studi bibliografici hanno preferito non soffermarsi su quelli che erano state le linee critiche impostate da Gesner e avviate a soluzione da Ebert, ma, trascurando di dare apprezzamento alle opere nei termini del loro valore scientifico e letterario (...) si sono dedicati soprattutto agli aspetti bibliologici, bibliofilici, strutturali e tipografici del libro, creando distinzioni (...) anzitutto in termini di qualità e di natura antiquaria e di pregio, con l'istituzione, fra l'altro, di appositi cataloghi separati per distinte aree di di utenza (...) nessuna biblioteca ha esperito apposite indagini per dare ad esempio riconoscimento adeguato alle proprie collezioni in rapporto con i meriti, ma anche con le lacune e le mancanze, quali sarebbero risultate in base a verifiche ed a confronti sul piano bibliografico (...) 
In breve (...) La valutazione dell'adeguatezza bibliografica di una Biblioteca consiste nel riscontrarvi il possesso di quell'assortimento di opere che rappresenta la migliore selezione letteraria di ciò che la Biblioteca ha inteso offrire, (...) attraverso l'accesso e la consultazione dei libri di volta in volta necessari o adeguati. Quest'ultimo tramite soffre (...) dell'ampio margine di indeterminazione e quindi di insufficienza funzionale cui soggiacciono tutti i processi mediati da indici. 
(...) ecco che fra Bibliografia e Biblioteche sarebbe necessario che si instaurasse, con mutuo beneficio, un processo di reciprocità e di scambio informativo che entrambe stimolerebbe e accrescerebbe. 
Ne trarrebbero vantaggi decisivi sia la sostanza, che la composizione, e la struttura organizzativa delle memorie esogene della civiltà. 

(Alfredo Serrai. Natura Elementi e Origine della Bibliografia in quanto Mappa del Sapere e delle Lettere. Bulzoni Editore. Roma. 2010)







(...)  Succede facilmente che biblioteche pubbliche … mantengano solo fittiziamente la loro natura pubblica (...) È questa purtroppo la situazione generale delle biblioteche pubbliche italiane: le quali né con le raccolte né con i cataloghi né con i servizi interpretano l’autentico spirito della biblioteca pubblica; ma si limitano a essere, individualmente e localmente, o biblioteche casuali o senza volto, o biblioteche arbitrariamente e saltuariamente specializzate (...) 
"Alessandria o Babele?" ... "Oltre l’intenzione di essere biblioteche pubbliche"